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Testimonianza di Tiziano Bianchi

Buon giorno

Sono Tiziano Bianchi nato il 25 agosto del 1956 a Casarile ( Mi)

A diciotto mesi sono stato ricoverato all’ospedale di Vialba Milano per ” focolaio al polmone” e poi trasferito ed accolto all’ OPAI di Olgiate dove trascorsi ameno due anni.

Non ho riscontri oggettivi, i miei genitori morirono in incidente stradale quando avevo tredici anni e non parlarono mai del mio soggiorno ad Olgiate.

Mi ricordo di quel paradiso in cui vivevano tanti bambini tristi. Era l’isola dei bambini e delle suore.

Ambiente luminoso e solare, risaltava il bianco delle lenzuola e delle tuniche, grandi spazi ,tanti alberi prati e qualche animale.

Eravamo tristi ed angosciati per l’abbandono e distacco dalla mamma; non potevamo comprenderne il motivo.

Leggendo le testimonianze e la storia dell ‘ OPAI ho scoperto questa Istituzione e la grande missione che ha svolto salvando la vita a tanti bambini.

Grazie per tutto quello che avete fatto.

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Testimonianza di Giuliana Zay

Mi chiamo Giuliana e sono la figlia del dottor Fulvio Zay, che fu a lungo direttore sanitario dell’Opai.

Mio padre nacque a Trieste il 25 maggio del 1925 , figlio unico di Maura Pellegrini e dell’avvocato Livio Zay. Dopo la maturità al liceo classico di Trieste si trasferì a Padova per iscriversi alla facoltà di medicina ; si specializzò in pediatria e conobbe Eleonora Canella, mia madre, che a Padova era stata inviata dal Direttore della Scuola di specialità di Milano, ad organizzare un importante Congresso

I miei genitori si sposarono il 25 ottobre 1954 e mio padre si specializzò in tisiologia all’Università di Milano il 9.7.1956.

Io, come i miei fratelli Maria Pia e Adriano siamo nati a Olgiate Olona e abbiamo vissuto in Preventorio sino a 14 anni quando l’OPAI chiuse i battenti. Noi abitavamo in un padiglione che dava sulla via Luigia Greppi , al secondo ed ultimo piano.  Avevamo una grande terrazza che mia mamma era riuscita a far diventare un giardino pensile e sulla quale i miei genitori avevano costruito una “casetta in Canadà” per me e mia sorella. Ricordo il bellissimo parco nel quale non potevamo andare per non disturbare i bambini ricoverati: avevamo il permesso solo di andare in bicicletta nel viale di accesso e vi garantisco che non era poco. Era un largo viale alberato che terminava con i garage e vicino c’era la chiesa del Preventorio. Anche una fattoria faceva parte del complesso e qualche volta nostro padre ci ha portato a visitarla. Quello di mio padre era un lavoro che lo impegnava giorno e notte, 365 giorni all’anno. Egli era l’unico medico con 450 bambini ricoverati che avevano da pochi giorni a 18 anni i maschi  e 16 le femmine. All’interno dell’Opai c’erano quindi anche le scuole ma noi le abbiamo frequentate in paese (mio fratello che nacque nel 1963 le frequentò tutte a Gallarate dove ci trasferimmo), mentre la Cresima e la Comunione ci vennero impartite con gli altri bambini del Prev. nella chiesa interna dove andavamo anche a messa la domenica e la notte di Natale. Non ricordo che mio padre abbia fatto periodi di vacanze se non di pochissimi giorni in cui magari doveva andare a Trieste per qualche necessità o ci accompagnava dai nonni da cui andavamo noi a fare le vacanze e questo sino a pochi anni prima che chiudesse l’opai, quando finalmente ebbe in aiuto una giovane pediatra .

don sandro dottor zay prof CarpiLe infermiere facevano parte di una congregazione di suore ed avevano una superiora che le coordinava. Ricordo con grande affetto suor Domenica che era addetta all’infermeria e al reparto nido.Era proprio una piccola cittadella autonoma.

Ricordo Domenico Gandi falegname che viveva all’interno del preventorio e ogni tanto tornava a casa dalla famiglia.

Altri come l’ing Piano che si occupava dell’amministrazione e la signorina Gigina, sua segretaria, invece venivano tutti i giorni da fuori a lavorare lì.

C’era anche don Sandro Cattaneo, un allampanato prete con lunga tonaca nera, che ha fatto sempre parte della nostra vita: ci ha battezzato, tutti e tre appena nati nella cappella dell’Ospedale di Busto Arsizio dove nascemmo. Frequentava abitualmente la nostra casa e sino a mattina con i miei genitori discuteva di Teologia e Filosofia, fu lui a insegnarci catechismo prima che a mia sorella ed a me, assieme agli altri bambini del Preventorio, venissero amministrate la Prima Comunione e la Cresima

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Testimonianza di Santin Giovanpiero

Arrivai al preventorio di Olgiate Olona dopo che i miei due fratelli maggiori vennero a mancare per la TBC (Giovanni, il maggiore, fu fatto prigioniero in Russia: riuscì a tornare ma era malato e non si riprese più).

Quando sono entrato all’Opai sono rimasto nel reparto isolamento/accettazione per alcuni giorni. Eravamo in otto in una stanza. Ricordo che c’era un bambino che faceva la pipì a letto e non so perché lo feci anch’io. Poi passammo la notte a tentare di asciugare il lenzuolo con degli asciugamani. Pia illusione! Un paio di volte mio fratello Paolino, sei anni più di me, che era al preventorio già da qualche tempo riuscì a venire a trovarmi di nascosto. Ricordo che c’era una suora che mi obbligava a mangiare la crescenza che a me non piaceva per nulla. Rimpiangevo il formaggio nostrano che mangiavo in val Vigezzo. In generale il cibo era buono. Non mi piaceva il riso in brodo e così raccoglievo solo i chicchi con cucchiaio e lasciavo la parte liquida. Era una gioia quando ci servivano un bel piatto di affettati: adoravo la mortadella e sento ancora oggi il sapore in bocca. Per fare un panino imbottito con lo stesso tipo di salume rammento che ci scambiavamo le fette che ci venivano servite: barattavamo salame, Bologna e prosciutto. Ci davano anche cioccolata di due tipi. Una era della Zaini al gusto di gianduia con all’interno pezzi di noccial0 (quando la trovo al supermercato la compra ancora, anche se non è buona come quella d’allora), l’altra era un cubotto con al centro un dischetto su cui erano riprodotte alcune immagini, non ricordo con precisione di cosa. Rammento una cosa abbastanza sgradevole: quando ci veniva da vomitare, le suore ci dicevano di uscire in giardino e di metterci a correre. Sembrerà strano ma funzionava. A Natale dopo la messa c’era un bel rinfresco che mi rendeva felice. Noi bambini indossavamo dei maglioni di lana a collo alto color amaranto. Le cure erano assidue. Rammento mesi e mesi di punture, ma anche visite odontoiatriche, le prime che io avessi mai fatto in vita mia. Rammento che mi tolsero un dente a mente sana, ma non sentii molto dolore. Per un certo periodo ebbi una malattia contagiosa, forse morbillo. Venni messo in isolamento: era estate e faceva un gran caldo, ero in uno stato continuo di dormiveglia.

Nel bellissimo parco c’erano tante piccole sdraio dove ci stendevamo per la pennichella pomeridiana, al fresco delle enormi piante. Le sdraio erano di legno e dovevamo fare attenzione quando le aprivamo perché rischiavamo di chiudere le mani all’interno. Sempre nel parco giocavamo a giardia e ladri, alla cavallina, oppure raccoglievamo gli aghi dei pini per farne delle piste dove giocavamo con tappi di metallo al cui interno mettevamo le foto dei calciatori ritagliate dalle riviste che ci erano permesse. Praticamente immaginavamo che fossero macchinine e le spingevamo dando uno scatto tra pollice e indice. Oppure dispiegavamo i nostri fazzoletti bianchi sul prato per catturare la farfalle: erano bellissime!

Ogni tanto, soprattutto i bambini più grandi – tra cui mio fratello – catturavano i cervi volanti e li sottoponevano a vere e proprie sevizie. Le suore Controllavano che non ne tenessimo qualcuno in tasca: ricordo che una volta per nascondere un piccolo cervo volante lo tenni in bocca fino al termine del controllo. Eravamo dei mascalzoni: oggi sono dalla parte dei cervi volanti.

Nel parco c’erano due lunghe piscine che contenevano acqua non troppo alta. Sulla superfice galleggiavano dei ragni d’acqua con le zampe lunghe che si muovevano velocissime ma a volte ci pizzicavano. Nel bel podere viveva un contadino e c’erano moltissime piante, tra cui un tasso che produceva frutti rossi e dolci. La suora ci diceva di sputare i semi perché erano velenosi.

L’igiene era rigorosa: ricordo gli spazzolini da denti e il dentifricio in polvere, un grande rotolo di asciugamano appeso alla parete.

Santin Giovanpiero Anita PirovanoLa mia maestra si chiamava Anita Pirovano, ed era molto brava; mi faceva un po’ da mamma. Eravamo in un’aula mista e spesso facevamo delle gare maschietti contro femminucce. Chi vinceva andava a bagnare il naso all’avversario. L’ultima volta che vidi mia madre fu proprio insieme alla mia maestra. La mamma era venuta a trovarmi e la maestra l’aveva invitata a fermarsi a pranzo con lei nel suo alloggio: ricordo che la tavola era imbandita, c’era un bel piatto di cicoria tagliata sottile con della cipolla. La mamma quel giorno indossava il tradizionale fazzoletto in testa che noi chiamiamo “Panet”. Rivedo ancora la scena davanti ai mie occhi. Che nostalgia … mi mancano tanto quelle due donne …Della maestra Pirovano conservo una foto che la ritrae insieme a noi bambini e a suor Angela.Non ci facevano mangiare le gomme americane perché ci dicevano che si attaccavano ai polmoni!Ricordo il giorno della cresima celebrata dal cardinale Schuster: faceva caldissimo e c’erano moltissime persone. Avevo conservato una foto in cui ero ritratto con la fascia bianca sulla fronte, ma non la trovo più. Rammento che fu scattata vicino a una siepe di biancospino.

 

altoparlante Geloso Per quanto riguarda i divertimenti, sotto il porticato c’era un altoparlante di colore marrone (mi sembra fosse marca “geloso”)da cui ci facevano ascoltare le partite di calcio. All’Opai diventai tifoso della Juventus.Potevamo assistere anche a delle proiezioni cinematografiche. Il primo film che vidi fu “Marcellino pane e vino”: ancora oggi divento malinconico quando lo rivedo. Io ero bravo a cantare e così le suore sfruttavano lo mie “capacità” sia in teatro che in chiesa.Ricordo in particolare due esibizioni. In una ero David Croquet, nell’altra cantavo “La casetta in Canadà”.uarda i divertimenti, sotto il porticato c’era un altoparlante di colore marrone (mi sembra fosse marca “Geloso”) da cui ci facevano ascoltare le partite di calcio. All’Opai diventai tifoso della Juventus.

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Testimonianza Santin Paolino

Mi chiamo Santin Paolino e sono stato in Opai dal novembre 1952 al settembre 1955. Per un periodo è stato con me anche mio fratello Giovanpiero. Siamo originari della Val Vigezzo. Il primo ricordo del preventorio va a quattro persone: Anita Pirovano, la mia bravissima maestra; suor Luigia Mapelli, don Sandro, il cappellano, e il cardinale Schuster che mi amministrò la cresima. Per arrivare a Olgiate Olona presi il trenino delle Centovalli, la Vigezzina, che allora aveva ancora le carrozze con le panche di legno: poi cambiammo a Domodossola e a Novara. Avevo nove anni, ed era la prima volta che vedevo dei treni così grandi. In particolare mi affascinava la carrozza a vapore, gigantesca, che sputava tutto quel fumo. Quando la vidi scappai e non volevo più salire. Poi mio padre venne a riprendermi ed ebbe inizio l’avventura. Arrivammo fino alla stazione di Castellanza e poi da lì a piedi ci dirigemmo al preventorio. Quando arrivammo a Olgiate mio padre si trattenne con me qualche ora e poi mi salutò, dicendo che sarebbe tornato presto a trovarmi. Poi, però, non tornò più, né lui né mia madre. Rammento che la domenica le suore ci portavano in gita nei dintorni. In particolare durante le nostre passeggiate ci fermavamo a raccogliere dei rami di gelso, con cui nutrivamo i bachi da seta che erano allevati in un grande locale vicino alle cucine. Una volta organizzarono anche una gita al santuario della Madonna del Ghisallo. Per queste gite di solito erano i famigliari che rimborsavano le spese al preventorio. Poiché nessuno dei miei venne a trovarmi, io non avrei avuto la possibilità di andare in gita, ma il buon don Sandro riuscì a mandare me e altri due bambini che altrimenti sarebbero dovuti rimanere nel preventorio: mi mandò in cucina a prendere alcuni sacchetti che le cuoche avevano preparato con la colazione al sacco; don Sandro li prese e li distribuì ai gitanti, poi disse anche a me e agli altri due bambini non paganti di salire sul pullman e ci fece sedere per terra, nel corridoio, perché per noi non c’era un posto a sedere. Ci diede i nostri sacchetti della colazione e ci augurò buon viaggio. Rammento il bel podere, dove c’era la casa del contadino e moltissime piante da frutto. A noi era assolutamente proibito scendere, altrimenti saremmo incappati in severe punizioni. Io ero un po’ discolo e spesso le suore mi punivano costringendomi a stare in piedi mentre gli altri bambini facevano la pennichella comodamente sdraiati sulle sdraio all’ombra dei grandi pini. Una volta, per vendicarmi di una suora che mi aveva castigato, presi un cervo volante e gli bloccai le “fauci” con un legnetto. Lo lasciai così per alcuni giorni così che perdesse le forze. Poi lo presi e riuscii a infilarlo nella tasca della suora. Non vi dico le urla! La cosa più buona che ricordo del preventorio era il cioccolato Zaini, buonissimo. Durante il mio soggiorno al preventorio ricevetti la cresima. Poiché non avevo un padrino, don Sandro mi presentò a un signore di nome Castiglioni Alfonso, con cui poi sono rimasto in amicizia. Era il sacrestano della parrocchia di olgiate Olona: rammento che realizzò un bellissimo presepe meccanico che poi donò alla Chiesa. Al mattino, dalle 11 alle 12 facevamo un’ora di lezione ascoltando la radio. In fin dei conti io stavo bene al preventorio: ero lontano dai miei cari ma non mi mancava nulla. Sicuramente la mia vita era più semplice di quando ero a casa, povero, insieme a tanti fratelli, costretti a grandi sacrifici. Nonostante mi trovassi bene, tentai varie volte di scappare, ma poi naturalmente mi ripresero subito perché coi nostri abitini a quadretti eravamo facilmente riconoscibili in paese, e non potevamo andare lontano. Poi però fui espulso. Sì, espulso per una cosa innocente ma che le suore considerarono peccaminosa. All’Opai c’era una ragazza di Voghera di nome Maria, molto bella, ma soprattutto molto brava in Italiano. Io invece ero forte in matematica: così lei mi passava i bigliettini per italiano, e io davo a lei dei suggerimenti durante le prove di matematica. Mentre i maschi dovevano rifare il proprio letto al mattino, alle femminucce questa incombenza era riservata nel pomeriggio. Così un giorno entrai nella camera di Maria, arrampicandomi dalla finestra: ci nascondemmo dietro la porta della camera e l’accarezzai sul viso. Le suore, attirate dai gridolini delle altre bambine, giunsero di corsa e 24 ore dopo, opportunamente torchiato per farmi confessare chissà quale crimine, mi ritrovai su un treno diretto a Novara, dove venni ospitato dai salesiani.

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Testimonianza di Gotti Silvano

Mi chiamo Gotti Silvano e vi scrivo dalla Val Chiavenna (SO). Sono stato presso l’OPAI circa tre anni dal 1955 (sono nato nel 1953). Quello che mi ricordo era un grande camerone pieno di letti e noi bambini che ci tiravamo le calze fatte come palle. Un altro ricordo è che vi erano delle suore, di cui una in particolare, che era di Morbegno e mi voleva tanto bene, come mi conferma mia mamma ancora vivente. Una volta tornato a casa, mia sorella maggiore e quelli che mi conoscevano mi prendevano in giro, perché io parlavo solo in italiano mentre loro solo in dialetto, che imparai poi col tempo.

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Testimonianza di Mattielli Claudio Roberto

Ormai sono un signore di sessantatré anni, ma il ricordo è ancora molto vivido nella mia mente, come se il cordone ombelicale non si fosse mai staccato, un legame indissolubile ancora oggi molto forte. Dico questo perché furono anni molto determinanti per la mia formazione, soprattutto a livello caratteriale.

Ho un ricordo agrodolce fatto di privazioni e sofferenza ma nello stesso tempo mitigati da momenti belli e felici. Quando arrivai all’istituto accompagnato da mia madre, fu un impatto notevole, vista la moltitudine di mamme e bambini che, come me, arrivarono con vari pullman; l’accettazione dell’istituto si riempì di colori, schiamazzi e vociare di genitori e bambini. La sensazione era di una grande festa e io ero felice, ma quel sentimento si tramutò in sconforto, quando la sera mi resi conto dalla partenza un po’ affrettata di mia madre. Ero rimasto solo: ancora oggi non saprei descrivere quel senso di abbandono e lacerazione interiore che provai per il mio mondo che scompariva. Ero solo, per quanto le signorine carine e premurose cercassero di lenire il mio disagio.

Me la feci addosso per l’imbarazzo, o forse timidezza, o la vergogna di chiedere. Da quel momento mi chiusi nel mio mondo interiore, fatto di voli pindarici sogni e, a volte incubi, che mi tormentavano ogni notte che ho passato nell’istituto. In preda all’angoscia urlavo, svegliando tutta la camera, cadendo con tutto il materasso dal letto, tanto che la suora mi teneva vicino al suo letto a baldacchino.

Ho vissuto tutto il tempo prescolastico fino alla terza elementare nel mio mondo fantastico, a denti serrati. A malapena parlavo tanto ero schivo del mondo che mi circondava. Fu una giovane suora originaria del mio paese a farmi ritrovare un po’ di fiducia verso il prossimo con la sua dolcezza, la sua pazienza, insegnandomi i primordi del vivere sociale, le norme civiche ed igieniche. Un vero angelo in terra; bello quando mi faceva la banana in testa e io mi sentivo un re.

Successivamente, passando alle scuole elementari, conobbi la mia maestra, una persona di una bontà infinita, paziente oltre ogni limite, insomma una seconda mamma. Con lei appresi i primi rudimenti scolastici appassionandomi per ogni materia soprattutto per il disegno (ancora oggi dipingo con assiduità).

Anni difficili in cui si alternavano momenti felici e momenti di angoscia, soprattutto quando i miei genitori non potevano per questioni famigliari venirmi a trovare. Ricordo certi natali vissuti ad aspettare: arrivava la sera e la delusione era tanta. In particolare una volta che ero malato, solo e sconfortato nello stanzone dell’infermeria.

Però che meraviglia quando venne mio padre, quelle rare volte perché il suo problema non glielo consentiva (era claudicante): mi gettavo al collo sfregandomi sul suo viso poco curato e rasposo di barba incolta. Forse è il ricordo più bello in assoluto.

Non posso però fra le tante cose non considerare l’istituto, ho un ricordo paradisiaco del suo insieme: l’enorme edificio centrale dall’aspetto signorile, le ali annesse , padiglioni sia maschili che femminili, la chiesa, l’enorme parco con adiacente podere ricco di vegetazione, sembrava un eden rigoglioso di alberi e rododendri che si inerpicavano su per il muro di cinta e la piccola cappella che ne delimitava il confine in cui mi introducevo di nascosto immerso nella sua e mia spiritualità. Prendevo poi la cera che colava dalle candele in offerta alla Madonna e vi giocavo plasmandola con le mani.

Questo microcosmo era il mio mondo ideale quando potevo isolarmi dagli altri e dai doveri imposti, vagavo per il campo di calcio, circondato da pini secolari da cui prendevo gli aghi caduti per farvi villaggi in miniatura, e poi giù in fondo una coltre di verde tra alberi, giaggioli, e il prato che brulicava di “occhi della Madonna”. Che mondo perfetto! Il mondo strutturale era ideale ma le persone, al di là della mia maestra, erano grette e aride. Le suore troppo severe, alcune volte violente: sfogavano le loro frustrazioni su ragazzini un po’ esuberanti. A volte maldestre: sono stato infilzato in una mano per un gesticolare troppo agitato, sono stato picchiato per non essere stato bene e costretto a mangiarne il vomito e mandato a dormire a volte senza cena prima del tempo . Il cibo lasciava molto a desiderare: la carne grassa, il prosciutto pieno di nervature, il caffelatte con macchie di unto che ne alterava il sapore.

Fortunatamente avevo il mio mondo ideale: quando potevo mi inoltravo nel verde osservando e odorando ciò che mi circondava, acuivo i miei sensi, arricchivo la mia fantasia. Ricordo il volo dei cervi volanti al tramonto, le formiche giganti che ho visto solo lì, il volo delle rondini, il ronzare delle api su fiori bellissimi.

I rari momenti condivisi con gli altri erano il bigliardino che amavo tanto.

A Natale, uno dei momenti più eclatanti, era un giorno speciale perché indossavamo una divisa diversa, bella ma che lasciava allo scoperto le ginocchia gelate. L’attesa, la funzione di mezzanotte e poi di corsa nel salone centrale dove erano esposti i regali di noi tutti, io con la speranza di riceverli. Una volta mi è arrivato un set da falegname con il traforo. Quanto ci ho giocato!

Un anno cadde un aereo, probabilmente un bimotore di piccola stazza. Ricordo i pezzi sparsi qua e là nel campo di calcio compreso di ali e turbina. Quanto clamore e curiosità fece quel fatto! Ricordo uno stralcio di giornale.

Comunque uno dei ricordi a cui sono legato fu quella volta che venne un pittore per dipingere la navata centrale dietro l’altare (probabile che esista ancora: tornando qualche anno fa all’istituto cercai di vedere la chiesa ma non mi fu possibile); ebbene, questa cosa ha un importanza capitale: in quel dipinto fui ritratto anch’io, fui scelto come altri a far da contorno a Gesù nella parabola dei bambini, motivo di grande orgoglio.

Sì, la chiesa era un momento di unione e di aggregazione che ci permetteva di incontrare (unicamente con lo sguardo) l’universo femminile che si trovava oppostamente al lato destro della chiesa. Quanti sguardi curiosi e quanti turbamenti; le ragazze alloggiavano nel padiglione opposto e io nascostamente mi avventuravo fino al limitare del parco dove giocavano. Ricordo che azzardai timidamente un’espressione di gioia definendo una ragazzina un uccellino che volava visto che si dondolava sull’altalena. Ma che delusione quando la vidi per caso in infermeria a causa dei pidocchi.

Avrei ancora molti ricordi più o meno nitidi o frammentati ma non mi dilungo chiudendo lo scrigno con il ricordo della partenza. Mi ritrovo nell’aula di scuola alla presenza della mia maestra, di mia madre che era venuta a prendermi e mio fratello un po’ più grande di me, che divertito se ne stava in disparte a contemplare la scena. La scena fu un vero melodramma: io in lacrime, aggrappato come una piovra alla mia maestra, lei basita e imbarazzata dalla situazione, l’ilarità di mio fratello e la disperazione di mia madre che cercava di strapparmi via. Alla fine vinse la forza e la caparbietà di mia madre. La giornata si concluse al ristorante vicino con un pollo procurato da una conoscente di mia madre e cucinato dallo stesso. Ancora ricordo la sensazione stopposa del pollo.

Di tutta questa grande esperienza umana rimane in me un senso di gratitudine nei confronti delle persone che ho incontrato, positive e negative, perché mi hanno forgiato nel carattere, abituato alle rinunce, mi hanno fortificato nell’affrontare le sfide della vita che si sono succedute hanno contribuito a formare la persona che sono ora.

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Testimonianza di Vavassori Mario Walter

Sono anch’io un bambino dell’Opai. Avevo otto anni quando arrivai a Olgiate Olona e vi rimasi per tre anni, dal 1955 al 1958. Ricordo che mi accompagnò mia sorella: avevo avuto problemi polmonari e i medici consigliarono il ricovero nel preventorio per cambiare aria e rafforzare il fisico. Ricordo la professoressa Moneta, bravissima insegnante. All’Opai incontrai anche una suora molto giovane, che era amica di mia sorella: avevano infatti lavorato insieme per un certo periodo in una ditta che faceva scarpe. Le suore ci coinvolgevano nei lavoretti in cucina sotto forma di gioco: mi piaceva moltissimo e nacque così la mia passione per la cucina. Ricordo le partite a pallone con i miei compagni: dopo tanti anni rincontrai uno di loro di nome Giuseppe a Milano, in una tabaccheria di via Quaranta. Durante il mio soggiorno al preventorio due ragazzi scapparono arrampicandosi sui rami dei pini che troneggiavano nel parco, ma vennero ritrovati nel giro di poco tempo

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Testimonianza di Colombi Emanuela

Sono stata all’Opai dal 1961 al 1967. Ricordo suor Giovanna e suor Adele, il profumo delle mele che faceva venire l’acquolina in bocca, il cioccolato a quadrettoni. Durante il periodo estivo, per dissetarci le suore passavano con un secchio contenente acqua e vino e ce ne davano un po’. C’era un bambino con due meravigliosi occhi azzurri: ricordo che si chiamava Gilberto Cè. Mi piacerebbe rivedere la struttura

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Testimonianza Luigina Senestraro

Sono stata all’Opai dal giugno 1957 all’agosto del 1961.  Avevo quattro anni quando sono entrata. Ero molto deperita, e mi avevano trovato una macchia sul polmone. Ricordo suor Maria che rividi una volta in Liguria. Una volta i miei genitori mi portarono a casa  in occasione del loro venticinquesimo anno di matrimonio: rammento che quando mi riportarono al preventorio mi aggrappai al cancello perché non volevo entrare. Ricordo una bambina di Montecrestese, Maria Ortis.

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Testimonianza di Anna De Lorenzo

De LorenzoSono entrata all’Opai il 16 agosto 1958 e lì ho frequentato la scuola elementare.

Avevo 4 fratelli e lavorava solo mio padre che faceva la guardia carceraria. Ero una bambina molto deperita, non mangiavo e così mi mandarono ad Olgiate Olona per rimettermi in forze, anche perchè avevo alcune macchie sui polmoni. All’Opai mi sono trovata molto bene. Ricordo suor Luigina, la mia maestra. Mi voleva bene e quando, all’improvviso, vennero in classe ad avvertire che dovevo tornare a casa, scoppiò in lacrime.

All’Opai ho imparato a ricamare e a lavorare a maglia: una volta al mese, quando venivano i genitori a trovarci, le suore organizzavano nel salone una mostra coi nostri lavori e alcune mamme lasciavano un’offerta per acquistare i nostri lavoretti.

Cantavo in chiesa, nella bella chiesa dei Santi Innocenti, dove ricordo venne anche il cardinal Montini, futuro papa Paolo IV, ad amministrare la cresima ai bambini. Fu una giornata veramente emozionante, come fu anche densa di emozioni una brutta giornata del giugno 1959 quando cadde l’aereo. Io e le mie compagne stavamo guardando la televisione quanto ci comunicarono la notizia della tragedia. Per alcuni giorni non potemmo uscire nela parco, che era pieno di piccoli detriti del velivolo. Vennero anche dei giornalisti che volevano fare delle interviste.

Conservo ancora alcune foto: in una sono vestita da domestica, per uno spettacolo che le suore avevano organizzato nel teatrino. Con me è ritratta anche un’altra bambina, che era mia amica. Mi sembra si chiamasse Carla Marazzani. Era di Domodossola. Mi piacerebbe tanto rivederla.

Una volta al mese i miei genitori venivano a trovarmi; alcune volte portavano anche il mio fratellino, che quando sono entrata al preventorio aveva solo un anno.

Sono uscita nel marzo 1960.

Mi piacerebbe tanto rivedere quei luoghi, dove ho lasciato parte del mio cuore.

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