storia

Copertina1CASA DEI BAMBINI
Domenica 20 ottobre 2013, nella Chiesa Santi Innocenti a Olgiate Olona, è stato presentato il volume di Enrica Mariateresa Ferrazzi “LA CASA DEI BAMBINI IN VILLA GONZAGA A OLGIATE OLONA. Storia del primo preventorio antitubercolare infantile italiano” e inaugurata la mostra curata dall’Archivio fotografico italiano (AFI) sulla storia del preventorio Opai, cha dal 1918 al 1974 è stato presente nell’ex residenza nobiliare dei principi Gonzaga.

 

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L’iniziativa, patrocinata da Regione Lombardia e dal Ministero dei Beni culturali, è stata premiata con Medaglia di rappresentanza dal Presidente della Repubblica, in segno di riconoscimento dell’alto valore sociale. 

L’ambizioso progetto di raccontare la storia di questa struttura che oggi ospita gli uffici comunali, l’Istituto Comprensivo Beato Contardo Ferrini, la biblioteca comunale, alcuni “alloggi anziani”, nasce da tanta passione e dalla volontà di recuperare preziose informazioni su un posto che è stato per circa 60 anni luogo di ritrovo e di cura per moltissimi bambini provenienti da tutta Italia. Le vicende prendono avvio agli inizi del ‘900 per opera di un ristretto numero di uomini e donne, convinti che l’unica soluzione per salvare migliaia di bambini dal rischio di contrarre la tubercolosi fosse di allontanarli dalle famiglie a rischio. Si iniziò raccogliendo pochi bambini e dandoli a balia presso sane nutrici di campagna, poi vennero aperti degli asili campestri e infine, grazie al contributo di numerosi benefattori, l’Opera di Prevenzione Antitubercolare Infantile poté acquistare nel 1918 la villa di Olgiate Olona che era stata prima residenza di campagna dei principi Gonzaga di Vescovato, poi sede di un collegio femminile, iniziando una lunga attività assistenziale nei confronti dei bambini che si esaurirà solo nel 1976.

L’incontro tra i documenti e le fonti storiche con le polverose ma affascinanti fotografie originali dell’Opai, ha permesso di coniugare parole ed immagini, curiosità e rigore storiografico, cuore e ragione. Il lungo lavoro di ricostruzione storica da parte della dottoressa Ferrazzi e di recupero delle fotografie affidate dal Comune di Olgiate Olona in deposito all’Afi, ha stimolato una sfida: quella del voler riscattare la memoria dei piccoli protagonisti , spesso celati, riportando in luce esempi di solidarietà e di pietas umana. La memoria diviene pertanto immagine, riflesso, espressione di un vissuto fatto di sentimenti intrecciati, di eventi intessuti l’uno nell’altro, l’uno dell’altro, di micro storie di un secolo breve che insegnano che riappropriarsi della memoria significa far rivivere la storia per salvaguardare la cultura.

La storia dell’Opai è la storia di uomini e donne della Milano di inizio Novecento, accomunati dalla convinzione che l’unico modo per salvare migliaia di bambini dal rischio di contrarre la tubercolosi fosse allontanarli dalle famiglie a rischio. “Prevenire per non morire”: questo, in sintesi, il loro motto. Si tratta di personaggi che oggi sono solo ombre, ma che con il loro operato testimoniano come il progresso dell’umanità sia sempre il risultato di contributi infiniti, tutti validi e necessari, seppur in vario grado, in quanto concorrono a trasmettere una scintilla di bontà e di sapere. A guidare questa piccola pattuglia di persone piene di entusiasmo e di buona volontà fu una donna, Clotilde Perelli Minetti, coniugata Cavalli, che, facendo tesoro della sua esperienza di crocerossina, aveva iniziato a prestare assistenza nel primo tubercolosario milanese sorto in via Bergamini.

Capace di costruire strategie a vantaggio del proprio progetto assistenziale, coraggiosa per istinto e sensibile per natura, attenta a tutto quanto di nuovo andava maturando e pronta a registrarne gli sviluppi e a coglierne le possibilità, Clotilde Cavalli riuscì a coinvolgere nella sua battaglia non solo amici e familiari, ma anche autorevoli medici come Luigi Mangiagalli e Gaetano Ronzoni; esponenti della filantropia milanese laica e illuminata, come l’industriale Piero Preda, i fratelli Adelina e Marco De Marchi, i coniugi Bernocchi; esponenti dell’aristocrazia e della borghesia imprenditoriale ambrosiana, in primis i duchi Uberto e Marianna Visconti di Modrone; rappresentanti del mondo politico; uomini di spicco della cultura quali Gabriele D’Annunzio, Ada Negri, Margherita Sarfatti; giornalisti e intellettuali come Renato Simoni, Innocenzo Cappa, Mario Sanvito; per non tralasciare artisti di fama internazionale: il pittore Antonio Alciati, considerato dall’alta borghesia milanese fra i migliori ritrattisti del suo tempo, l’orafo-scultore e gioielliere Alfredo Ravasco, Alessandro Mazzucotelli, l’artista del ferro battuto Liberty, lo scultore Giannino Castiglioni, il pittore e scenografo del Teatro alla Scala Antonio Rovescalli, Luigi Sapelli (il “Caramba della Scala”), l’illustratore del Corriere dei Piccoli Antonio Rubino, e così via. La stessa famiglia Savoia e Benito Mussolini ebbero ripetute occasioni di dimostrare il loro appoggio alla causa dell’Opai.

L’intuito e la capacità di Clotilde Cavalli di progettare un intervento assistenziale a largo raggio e di coagulare intorno a tale progetto forze e interesse, inserendolo in un più vasto tessuto culturale e politico, le consentirono di raggiungere risultati che ancora oggi, a distanza di cent’anni, sembrano rasentare l’impossibile. Si iniziò raccogliendo pochi bambini – provenienti da famiglie con malati di tubercolosi – che vennero dati a balia a sane nutrici di campagna. Col tempo si decise di aprire un asilo dove raccogliere questi fanciulli, per poter esercitare maggiori controlli sulla loro salute: nacque così l’Asilo Gigino a Biassono, che però bene presto si rivelò inadeguato per soddisfare tutte le richieste di assistenza. Ed ecco che si compì il miracolo: un industriale milanese, Piero Preda, donò all’Opai la grandiosa Villa di Olgiate Olona che era stata la casa di villeggiatura di molti nobili, tra cui le famiglie Greppi e Gonzaga. Nacque così la “Casa dei bambini di Olgiate Olona”, nota anche come Istituto Lombardo dell’Opera di Prevenzione Antitubercolare Infantile, che nel 1920 Gabriele D’Annunzio, con il suo fantasioso stile, definì “la vecchia villa lombarda dei Gonzaga che s’è candidata alla salute”: la prima istituzione a livello internazionale destinata alla prevenzione della tubercolosi in età infantile.

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