Franco Giove

Testimonianza

Mi chiamo Franco Giove. Sono di Torino. All’età di dodici anni avevo appena cominciato il secondo anno scolastico di Avviamento Commerciale quando mi sono ammalato. Dopo le visite i medici hanno deciso che per la guarigione avrei dovuto “cambiare aria”. Nella struttura in collina vicino a Torino non c’era posto quindi è stato deciso il mio trasferimento a Olgiate Olona. Sono stato in un periodo dal 1958 al 1960. Mi ricordo che i primi giorni ero molto spaesato in quella grossa struttura ma col passare del tempo ho fraternizzato facilmente con i miei nuovi compagni. Ho frequentato come scuola la sesta elementare e l’anno successivo non essendoci una “settima elementare” veniva da Gorla Minore un ragioniere, Tino Caldiroli, che mi teneva occupato assieme ad una dozzina di studenti con diverse materie scolastiche. Mi ricordo che una volta mi ha interrogato sulla poesia del Leopardi “A Silvia”. Non avendola saputa mi ha imposto di scriverla dieci volte. Non solo l’ho imparata ma me la ricordo tuttora a distanza di sessant’anni. All’OPAI venivamo seguiti costantemente. Il periodo iniziale l’ho trascorso con un mio amico di allora Pampado Veber  (col quale tuttora sono in contatto telefonico) in isolamento/accettazione. Penso che fosse una sorta di quarantena. Dal momento che ci siamo comportati un po’ da discoli Suor Giuseppina ci ha comunicato che ci avrebbero abbreviato l’isolamento trasferendoci nel Padiglione principale che era gestito da Suor Maria Rosa, una suora molto autoritaria che ci avrebbe raddrizzato come si deve. Tutti i nostri indumenti personali erano contraddistinti da un numero. Il mio era il 234. Numero che considero ancora oggi un numero fortunato. Per giocare avevamo a disposizione un grosso cortile davanti al padiglione principale. Inoltre c’era anche un campo di calcio, con le porte, che avremmo potuto utilizzare dopo la falciatura del fieno da parte del contadino. Tra i nostri giochi in comune si giocava alla “lippa”. Gioco che ci hanno poi proibito allorquando un bambino è stato colpito in faccia dal pezzo di legno che viaggiava a velocità sostenuta. Abbiamo costruito gli aquiloni con la carta velina. Il mio si distingueva fra tutti gli altri in quanto oltre ad essere di un bel rosso vivo avevo disegnato gli occhi, il naso ed una grande bocca sorridente e molti ragazzi al suo passaggio gridavano: “la faccia, la faccia…”. Nella pineta costruivamo una pista con gli aghi di pino e ci giocavamo con delle grosse biglie di plastica trasparenti che recavano all’interno fotografie di ciclisti o di motociclisti. Al fondo del parco vi erano due grosse altalene. Il divertimento maggiore era quello di spingerle. Infatti quando l’altalena ritornava indietro noi ci aggrappavamo al sedile e venivamo sollevati parecchio da terra per poi dare una nuova spinta poderosa. Ma il gioco principale per noi ragazzi era il calcio. I due ragazzi più forti facevano le formazioni scegliendo a turno i compagni. Io pur di giocare mi sono adattato a giocare in porta. A forza di giocare ho imparato bene e pertanto venivo scelto anch’io tra i primi. Una delle regole non scritte ma sacrosanta era quella che chi diceva “primo a tirare i rigori” a cui seguiva “secondo”, “terzo” ecc. aveva il diritto di calciare il primo rigore che si fosse verificato durante il gioco. Si è arrivato addirittura a sentire al mattino, al risveglio, quando era ancora buio una voce: “primo a tirare i rigori”. Alla domenica e nei giorni festivi ci veniva messo a disposizione un salone con il tavolo da ping pong, i tavolini dove potevamo giocare a carte o fare altro. Mi ricordo di aver giocato anche a “Monopoli”. Le gare più belle le facevamo al calcio balilla dove una coppia di ragazzi sfidava un’altra coppia. Chi perdeva usciva e chi vinceva aveva il diritto di sfidare altri avversari continuando a giocare. Io per un lungo tempo ho detenuto il record delle partite vinte di seguito senza uscire ed anche il record dei gol segnati dalla porta: 52. Le riviste che leggevamo con maggior piacere erano quelle a carattere sportivo specialmente se trattavano di calcio. In una di esse avevo trovato l’indirizzo della sede della Juventus, squadra per cui tifavo. Ho scritto loro una lettera chiedendo di poter avere una fotografia della squadra ed ho allegato una banconota da 500 lire. Dopo qualche settimana, con mia immensa gioia, ho ricevuto la foto della squadra ed all’interno della busta mi avevano restituito la mia stessa banconota da 500 lire. Nelle camerate, alla sera andando a letto e prima che spegnessero le luci leggevamo un libricino e facevamo esercizi di meditazione. Molte volte, come ci avevano suggerito, ci cospargevamo i piedi con il borotalco. Una sera ci ha visto fare questa cosa Suor Luigia Mapelli, che sostituiva per un periodo Suor Maria Rosa, al chè ci disse: “profumatevi l’anima, non i piedi”. Ogni tanto alcuni gruppi facevano delle recite. A me è toccato impersonare Edy Campagnoli, la valletta di Mike Bongiorno nella rappresentazione di “Lascia o raddoppia?”. Avevo paura di cadere con quelle scarpe col tacco che mi avevano messo. Alla prima domenica del mese, se ben ricordo, era permessa la visita dei parenti. I miei genitori sono riusciti una volta a venirmi a trovare con i miei fratelli. All’interno dell’Istituto c’era la chiesetta “Santi Innocenti” dove don Sandro Cattaneo celebrava la Messa col rito Ambrosiano. A turno facevamo i chierichetti. La mia grande soddisfazione è stata quella di aver servito la Messa Solenne la Notte di Natale. Durante il periodo in cui sono stato all’OPAI la Cappella è stata affrescata ed io ho visto tutti i lavori dall’inizio alla fine. I lavori sono terminati prima di Natale. Ricordo anche una Visita dell’Arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini che sarebbe diventato in seguito papa Paolo VI. Quel giorno c’è stata festa grande. C’è stato un prestigiatore che ci ha fatto dei giochi di prestigio. Mi ricordo soprattutto di una corda tagliata e riaccomodata. Qualche volta veniva organizzata una gita. Avevo partecipato a quella del Sacro Monte di Varallo. Forse il ricordo più forte del periodo trascorso ad Olgiate Olona è quello del 26 giugno 1959, quando si è verificato un disastro aereo avvenuto sopra il cielo di Olgiate. Un Superconstellation della TWA dopo aver fatto il pieno di carburante ed essere decollato dall’aeroporto della Malpensa è stato colpito da un fulmine durante un violento temporale e si è schiantato al suolo evitando per poche decine di metri il complesso dell’OPAI che ci ospitava. Un pezzo d’ala, di fusoliera e parecchi frammenti di metallo sono caduti tutto intorno a noi nel parco. A volte mi capita di ripensare al periodo di Olgiate Olona e mi riaffiorano sempre dei ricordi nuovi. Ho ritrovato varie foto, in particolare una riguarda il Carnevale del 1960. Su retro della foto avevo scritto in stenografia i nomi di tutti i presenti nella foto. Di qualcuno ho solo il cognome, di qualcun altro il cognome non sono riuscito a decifrarlo bene.

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1 – CRIPPA Angelo di Agrate Brianza,
2 – GIOVE Franco
3 – GHELLER Gianluigi,
4 – CORNO Ersilio,
5 – FERRARIN Guerrino
6 – SALA Stefano di Ornago
7 – PAMPADO Veber,
8 – GHIANDA Danilo Pietro
9 – PRINA Pier Giovanni,
10 – ARDIZZONE ANTONIO
11 – BALESTRA Guerrino,
12 – BONOMI Carlo,
13 – BERTESINA Antonio,
14 – PETRUZZI CATALDO,
15 – MARCHI VANNI
16 – MOLLICA Donato
17 – CADE’ Eugenio,
18 – ZACCUTI Renzo,
19 – CHIANTIN ? o forse Sonzini Angelo
20 – FONTANA Marco,
21 – CROPELLI Luigi

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