Dall’Ovo Flavio

Sono nato l’8 settembre 1930. Vivevo a Milano; ero un bambino gracile, delicato di polmoni. L’11 marzo 1940 mia madre mi condusse all’Opai di Olgiate Olona dove parlò col signor Bellacci, cui mostrò una lettera della contessa Maria Benamati, una signora molto gentile che abitava a Milano in via Telesio ed era la segretaria dell’Opera. Nella lettera la contessa caldeggiava il mio ricovero. E così ebbe inizio il mio soggiorno all’Opai, che durò sino all’armistizio. Sono stati per me anni molto belli e felici, e quando mio padre nel settembre 1943 mi mandò a prendere per rientrare in famiglia ero molto dispiaciuto, tanto che piansi perché non volevo abbandonare quelle mura che mi avevano visto felice e ben accudito. Ancora oggi, a distanza di oltre settant’anni, ricordo con molto affetto e un po’ di nostalgia la vita nel preventorio olgiatese, che contribuì non poco a rafforzare il mio fisico, tanto che in gioventù ho potuto praticare con soddisfazione l’alpinismo e ancora oggi godo di ottima salute. A Olgiate frequentai le ultime classi della scuola elementare e la prima di Agraria. Ricordo benissimo la mia maestra, Luisa Bonomi, che una volta, come premio, mi condusse in un’altra classe dove c’era una maestra di nome Anita per leggere ad alta voce il tema che avevo scritto su un aviatore italiano caduto in guerra. Il mio pensiero va anche al dottor Antonio Delaria, che mi salvò la vita con una ipodermoclisi, e all’economo Nello Bellacci, come mia madre di origini toscane: ogni volta che la mamma veniva a trovarmi lui veniva a fare una chiacchierata con la sua “conterranea”. Quando la mamma veniva a Olgiate Olona, mi portava delle saponette profumatissime che poi regalavo in gran segreto alla mia compagna di classe Maria, e i fumetti di Gordon e dell’Uomo Mascherato, che però suor Giacinta mi sequestrava perché erano considerati proibiti (talvolta riuscivo a nasconderne alcune copie e mi rifugiavo in cantina coi compagni a leggerle). Ho ancora nel cuore i nomi di alcuni di questi ragazzi, che furono per me veri amici: Moroni, Faccincani, Ripamonti, Carrera, Pinto, Fregoni, Giulin. Insieme con loro salivamo sui pini che ancora sono presenti nel parco e mangiavamo la frutta prendendola direttamente dagli alberi del podere: rammento un’aiuola rotonda con una pianta di corniolo che produceva frutti dolcissimi, non ne ho più mangiati di così buoni! Nonostante fossimo in guerra, nulla mancava sulla nostra mensa: il cibo era buono e variato. Vestivamo una divisa con blusa bianco-azzurra. Con noi bambini non c’erano atteggiamenti severi o autoritari: ci sentivamo amati. C’era disciplina, naturalmente, ma non opprimente. Anche le suore, Giacinta e Gesuina, erano rigorose ma non troppo severe. Da un punto di vista strettamente medicosanitario, poi, eravamo assistiti benissimo Ci facevano fare molto sport e ginnastica per irrobustire il fisico, e quando il tempo lo consentiva si facevano le docce all’aperto. Anche la scuola era tenuta nel grande parco per molti mesi all’anno. Rammento il cappellano, don Sandro, che una volta mi donò l’immaginetta di san Pacifico perché ero un bambino molto vivace e avventuroso. A gruppi frequentavamo la biblioteca e il museo: ricordo gli animali conservati nella formaldeide e gli uccelli impagliati. Tutte le mattine c’era l’alzabandiera e noi cantavamo le canzoni del tempo di guerra: Salve popolo di eroi, Camerata Richard, Partono i sommergibili, Faccetta nera, … A volte ci portavano a visitare gli stabilimenti della zona, a Legnano o Castellanza. Altre volte ci portarono a Busto Arsizio per assistere alle partite della Pro Patria. Sono veramente grato all’Opai per tutto quello che ho ricevuto, e penso sempre con affetto a tutte le persone che generosamente hanno operato al preventorio perché io e gli altri bambini potessimo crescere sani e sereni.

Tratto dal volume di Enrica Mariateresa Ferrazzi “Opai, io c’ero… Voci e volti della Casa dei Bambini di Olgiate Olona”

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