Testimonianza Giannino Carraro

Ho avuto modo di leggere il volume “La casa dei bambini in Villa Gonzaga” e mi complimento per l’opera che mi ha profondamente commosso per il tema che mi coinvolge in prima persona.

Ne ho apprezzato l’umanità profonda che lo ispira, la ricchezza del materiale proposto, il rigore e la serietà della ricerca.

Per quanto riguarda i miei ricordi purtroppo non posso essere di molto aiuto, anche perchè da bambino io sono stato ospitato senza soluzione di continuità in due distinti preventori/sanatori, quello di Olgiate Olona e quello di Valledrane a Treviso Bresciano. La mia memoria non riesce a distinguere a quale dei due loughi attribuire i pochi episodi che mi sono sempre rimasti in mente.

Partiamo dai fatti certi:

a) io sono nato il 14 dicembre 1942 da una famiglia poverissima e sono stato ricoverato per circa 18 mesi nei luoghi sopra citati per una infiltrazione polmonare poi felicemente risolta;

b) non conosco la data del primo ricovero, ma fu sicuramente ad Olgiate Olona verso l’autunno del 1947 (quando non avevo ancora compiuto 5 anni) e l’inizio del 1948;

c) non ricordo nulla riguardo al trasferimento a Valledrane dove ancora mi trovavo il 1° maggio 1949, come testimonia il santino datato della prima comunione che ancora conservo;

d) sono tornato a casa subito dopo (credo prima dell’estate 1949) perchè ho iniziato le elementari a Montà di Padova, dove abitavo, in quello stesso anno;

c) conservo anche una bellissima fotografia di gruppo, scattata all’aperto a ridosso di un edificio, con 30 maschietti della mia stessa età (5/6 anni), tre suore e tre ausiliarie.

Proprio confrontando questa foto (senza luogo né data) con quelle del suo libro ho potuto stabilire che è stata scattata ad Olgiate Olona (dagli abiti delle suore e dai grembiulini dei piccoli ospiti).

Per il resto mi è rimasto indelebile il ricordo del viaggio in treno con mio papà (morto nel 1954) e soprattutto della mia disperazione quando mi sono reso conto che ci saremmo dovuti separare (non ne volevo sapere, mi sono aggrappato piangendo allo stipite della porta della grande sala in cui stavano giocando gli altri bambini e in cui non volevo entrare).

La mamma, anch’essa defunta, mi ha spesso parlato di una buona suora che le scriveva di me, incoraggiandola e dicendole che stavo bene, che ero un bravo bambino e che lei mi chiamava “occhi ridenti”.

Poi ho solo ricordi sparsi: l’uovo crudo che dovevo prendere ogni mattina e che a me proprio non piaceva; il riposo in sdraio all’aperto; la misurazione quotidiana della temperatura; la rottura di un termometro provocata da me accidentalmente; le raccomandazioni delle suore a noi bambini di guardare in alto mentre facevamo la pipì; una visita estiva di mia mamma e mia zia, e poco altro.

Malgrado gli scarsi ricordi sono convinto che quell’esperienza abbia inciso profondamente sulla mia vita per un motivo ben preciso e molto concreto. Quando ho iniziato le elementari, nella mia affollatissima classe ero l’unico bambino che parlava bene l’italiano (solo quello, avevo dimenticato del tutto il dialetto padovano). Questa diversità mi ha notevolmente favorito a scuola. Tanto è vero che sono stato l’unico, insieme a una bambina, ad affrontare l’esame di ammissione alle scuole medie che ho iniziato nel 1954

CARRARO X SITO

Pubblicato in testimonianze

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Website Protected by Spam Master