Testimonianza di Mattielli Claudio Roberto

Ormai sono un signore di sessantatré anni, ma il ricordo è ancora molto vivido nella mia mente, come se il cordone ombelicale non si fosse mai staccato, un legame indissolubile ancora oggi molto forte. Dico questo perché furono anni molto determinanti per la mia formazione, soprattutto a livello caratteriale.

Ho un ricordo agrodolce fatto di privazioni e sofferenza ma nello stesso tempo mitigati da momenti belli e felici. Quando arrivai all’istituto accompagnato da mia madre, fu un impatto notevole, vista la moltitudine di mamme e bambini che, come me, arrivarono con vari pullman; l’accettazione dell’istituto si riempì di colori, schiamazzi e vociare di genitori e bambini. La sensazione era di una grande festa e io ero felice, ma quel sentimento si tramutò in sconforto, quando la sera mi resi conto dalla partenza un po’ affrettata di mia madre. Ero rimasto solo: ancora oggi non saprei descrivere quel senso di abbandono e lacerazione interiore che provai per il mio mondo che scompariva. Ero solo, per quanto le signorine carine e premurose cercassero di lenire il mio disagio.

Me la feci addosso per l’imbarazzo, o forse timidezza, o la vergogna di chiedere. Da quel momento mi chiusi nel mio mondo interiore, fatto di voli pindarici sogni e, a volte incubi, che mi tormentavano ogni notte che ho passato nell’istituto. In preda all’angoscia urlavo, svegliando tutta la camera, cadendo con tutto il materasso dal letto, tanto che la suora mi teneva vicino al suo letto a baldacchino.

Ho vissuto tutto il tempo prescolastico fino alla terza elementare nel mio mondo fantastico, a denti serrati. A malapena parlavo tanto ero schivo del mondo che mi circondava. Fu una giovane suora originaria del mio paese a farmi ritrovare un po’ di fiducia verso il prossimo con la sua dolcezza, la sua pazienza, insegnandomi i primordi del vivere sociale, le norme civiche ed igieniche. Un vero angelo in terra; bello quando mi faceva la banana in testa e io mi sentivo un re.

Successivamente, passando alle scuole elementari, conobbi la mia maestra, una persona di una bontà infinita, paziente oltre ogni limite, insomma una seconda mamma. Con lei appresi i primi rudimenti scolastici appassionandomi per ogni materia soprattutto per il disegno (ancora oggi dipingo con assiduità).

Anni difficili in cui si alternavano momenti felici e momenti di angoscia, soprattutto quando i miei genitori non potevano per questioni famigliari venirmi a trovare. Ricordo certi natali vissuti ad aspettare: arrivava la sera e la delusione era tanta. In particolare una volta che ero malato, solo e sconfortato nello stanzone dell’infermeria.

Però che meraviglia quando venne mio padre, quelle rare volte perché il suo problema non glielo consentiva (era claudicante): mi gettavo al collo sfregandomi sul suo viso poco curato e rasposo di barba incolta. Forse è il ricordo più bello in assoluto.

Non posso però fra le tante cose non considerare l’istituto, ho un ricordo paradisiaco del suo insieme: l’enorme edificio centrale dall’aspetto signorile, le ali annesse , padiglioni sia maschili che femminili, la chiesa, l’enorme parco con adiacente podere ricco di vegetazione, sembrava un eden rigoglioso di alberi e rododendri che si inerpicavano su per il muro di cinta e la piccola cappella che ne delimitava il confine in cui mi introducevo di nascosto immerso nella sua e mia spiritualità. Prendevo poi la cera che colava dalle candele in offerta alla Madonna e vi giocavo plasmandola con le mani.

Questo microcosmo era il mio mondo ideale quando potevo isolarmi dagli altri e dai doveri imposti, vagavo per il campo di calcio, circondato da pini secolari da cui prendevo gli aghi caduti per farvi villaggi in miniatura, e poi giù in fondo una coltre di verde tra alberi, giaggioli, e il prato che brulicava di “occhi della Madonna”. Che mondo perfetto! Il mondo strutturale era ideale ma le persone, al di là della mia maestra, erano grette e aride. Le suore troppo severe, alcune volte violente: sfogavano le loro frustrazioni su ragazzini un po’ esuberanti. A volte maldestre: sono stato infilzato in una mano per un gesticolare troppo agitato, sono stato picchiato per non essere stato bene e costretto a mangiarne il vomito e mandato a dormire a volte senza cena prima del tempo . Il cibo lasciava molto a desiderare: la carne grassa, il prosciutto pieno di nervature, il caffelatte con macchie di unto che ne alterava il sapore.

Fortunatamente avevo il mio mondo ideale: quando potevo mi inoltravo nel verde osservando e odorando ciò che mi circondava, acuivo i miei sensi, arricchivo la mia fantasia. Ricordo il volo dei cervi volanti al tramonto, le formiche giganti che ho visto solo lì, il volo delle rondini, il ronzare delle api su fiori bellissimi.

I rari momenti condivisi con gli altri erano il bigliardino che amavo tanto.

A Natale, uno dei momenti più eclatanti, era un giorno speciale perché indossavamo una divisa diversa, bella ma che lasciava allo scoperto le ginocchia gelate. L’attesa, la funzione di mezzanotte e poi di corsa nel salone centrale dove erano esposti i regali di noi tutti, io con la speranza di riceverli. Una volta mi è arrivato un set da falegname con il traforo. Quanto ci ho giocato!

Un anno cadde un aereo, probabilmente un bimotore di piccola stazza. Ricordo i pezzi sparsi qua e là nel campo di calcio compreso di ali e turbina. Quanto clamore e curiosità fece quel fatto! Ricordo uno stralcio di giornale.

Comunque uno dei ricordi a cui sono legato fu quella volta che venne un pittore per dipingere la navata centrale dietro l’altare (probabile che esista ancora: tornando qualche anno fa all’istituto cercai di vedere la chiesa ma non mi fu possibile); ebbene, questa cosa ha un importanza capitale: in quel dipinto fui ritratto anch’io, fui scelto come altri a far da contorno a Gesù nella parabola dei bambini, motivo di grande orgoglio.

Sì, la chiesa era un momento di unione e di aggregazione che ci permetteva di incontrare (unicamente con lo sguardo) l’universo femminile che si trovava oppostamente al lato destro della chiesa. Quanti sguardi curiosi e quanti turbamenti; le ragazze alloggiavano nel padiglione opposto e io nascostamente mi avventuravo fino al limitare del parco dove giocavano. Ricordo che azzardai timidamente un’espressione di gioia definendo una ragazzina un uccellino che volava visto che si dondolava sull’altalena. Ma che delusione quando la vidi per caso in infermeria a causa dei pidocchi.

Avrei ancora molti ricordi più o meno nitidi o frammentati ma non mi dilungo chiudendo lo scrigno con il ricordo della partenza. Mi ritrovo nell’aula di scuola alla presenza della mia maestra, di mia madre che era venuta a prendermi e mio fratello un po’ più grande di me, che divertito se ne stava in disparte a contemplare la scena. La scena fu un vero melodramma: io in lacrime, aggrappato come una piovra alla mia maestra, lei basita e imbarazzata dalla situazione, l’ilarità di mio fratello e la disperazione di mia madre che cercava di strapparmi via. Alla fine vinse la forza e la caparbietà di mia madre. La giornata si concluse al ristorante vicino con un pollo procurato da una conoscente di mia madre e cucinato dallo stesso. Ancora ricordo la sensazione stopposa del pollo.

Di tutta questa grande esperienza umana rimane in me un senso di gratitudine nei confronti delle persone che ho incontrato, positive e negative, perché mi hanno forgiato nel carattere, abituato alle rinunce, mi hanno fortificato nell’affrontare le sfide della vita che si sono succedute hanno contribuito a formare la persona che sono ora.

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