Testimonianza Santin Paolino

Mi chiamo Santin Paolino e sono stato in Opai dal novembre 1952 al settembre 1955. Per un periodo è stato con me anche mio fratello Giovanpiero. Siamo originari della Val Vigezzo. Il primo ricordo del preventorio va a quattro persone: Anita Pirovano, la mia bravissima maestra; suor Luigia Mapelli, don Sandro, il cappellano, e il cardinale Schuster che mi amministrò la cresima. Per arrivare a Olgiate Olona presi il trenino delle Centovalli, la Vigezzina, che allora aveva ancora le carrozze con le panche di legno: poi cambiammo a Domodossola e a Novara. Avevo nove anni, ed era la prima volta che vedevo dei treni così grandi. In particolare mi affascinava la carrozza a vapore, gigantesca, che sputava tutto quel fumo. Quando la vidi scappai e non volevo più salire. Poi mio padre venne a riprendermi ed ebbe inizio l’avventura. Arrivammo fino alla stazione di Castellanza e poi da lì a piedi ci dirigemmo al preventorio. Quando arrivammo a Olgiate mio padre si trattenne con me qualche ora e poi mi salutò, dicendo che sarebbe tornato presto a trovarmi. Poi, però, non tornò più, né lui né mia madre. Rammento che la domenica le suore ci portavano in gita nei dintorni. In particolare durante le nostre passeggiate ci fermavamo a raccogliere dei rami di gelso, con cui nutrivamo i bachi da seta che erano allevati in un grande locale vicino alle cucine. Una volta organizzarono anche una gita al santuario della Madonna del Ghisallo. Per queste gite di solito erano i famigliari che rimborsavano le spese al preventorio. Poiché nessuno dei miei venne a trovarmi, io non avrei avuto la possibilità di andare in gita, ma il buon don Sandro riuscì a mandare me e altri due bambini che altrimenti sarebbero dovuti rimanere nel preventorio: mi mandò in cucina a prendere alcuni sacchetti che le cuoche avevano preparato con la colazione al sacco; don Sandro li prese e li distribuì ai gitanti, poi disse anche a me e agli altri due bambini non paganti di salire sul pullman e ci fece sedere per terra, nel corridoio, perché per noi non c’era un posto a sedere. Ci diede i nostri sacchetti della colazione e ci augurò buon viaggio. Rammento il bel podere, dove c’era la casa del contadino e moltissime piante da frutto. A noi era assolutamente proibito scendere, altrimenti saremmo incappati in severe punizioni. Io ero un po’ discolo e spesso le suore mi punivano costringendomi a stare in piedi mentre gli altri bambini facevano la pennichella comodamente sdraiati sulle sdraio all’ombra dei grandi pini. Una volta, per vendicarmi di una suora che mi aveva castigato, presi un cervo volante e gli bloccai le “fauci” con un legnetto. Lo lasciai così per alcuni giorni così che perdesse le forze. Poi lo presi e riuscii a infilarlo nella tasca della suora. Non vi dico le urla! La cosa più buona che ricordo del preventorio era il cioccolato Zaini, buonissimo. Durante il mio soggiorno al preventorio ricevetti la cresima. Poiché non avevo un padrino, don Sandro mi presentò a un signore di nome Castiglioni Alfonso, con cui poi sono rimasto in amicizia. Era il sacrestano della parrocchia di olgiate Olona: rammento che realizzò un bellissimo presepe meccanico che poi donò alla Chiesa. Al mattino, dalle 11 alle 12 facevamo un’ora di lezione ascoltando la radio. In fin dei conti io stavo bene al preventorio: ero lontano dai miei cari ma non mi mancava nulla. Sicuramente la mia vita era più semplice di quando ero a casa, povero, insieme a tanti fratelli, costretti a grandi sacrifici. Nonostante mi trovassi bene, tentai varie volte di scappare, ma poi naturalmente mi ripresero subito perché coi nostri abitini a quadretti eravamo facilmente riconoscibili in paese, e non potevamo andare lontano. Poi però fui espulso. Sì, espulso per una cosa innocente ma che le suore considerarono peccaminosa. All’Opai c’era una ragazza di Voghera di nome Maria, molto bella, ma soprattutto molto brava in Italiano. Io invece ero forte in matematica: così lei mi passava i bigliettini per italiano, e io davo a lei dei suggerimenti durante le prove di matematica. Mentre i maschi dovevano rifare il proprio letto al mattino, alle femminucce questa incombenza era riservata nel pomeriggio. Così un giorno entrai nella camera di Maria, arrampicandomi dalla finestra: ci nascondemmo dietro la porta della camera e l’accarezzai sul viso. Le suore, attirate dai gridolini delle altre bambine, giunsero di corsa e 24 ore dopo, opportunamente torchiato per farmi confessare chissà quale crimine, mi ritrovai su un treno diretto a Novara, dove venni ospitato dai salesiani.

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